Un significativo esempio di collaborazione fattiva tra istituzioni culturali della Santa Sede e di Israele ha preso recentemente la forma di un ponderoso volume edito dalla Biblioteca Apostolica Vaticana.
Si tratta del catalogo
di tutti i manoscritti vaticani in scrittura ebraica curato dallo staff scientifico dell’istituto che, presso la Biblioteca Nazionale di Gerusalemme, si occupa di raccogliere, conservare e studiare i microfilm
dei manoscritti ebraici che si trovano in numerose parti del mondo. Il volume di quasi 800 pagine è uscito nella prestigiosa collana “Studi e testi”, curato da Benjamin Richler con descrizioni paleografiche e
codicologiche di Malachi Beit-Arié in collaborazione con Nurit Pasternak, ed è frutto di una pluriennale collaborazione con la Biblioteca Apostolica Vaticana.
Parte del lavoro, ad esempio l’identificazione dei testi e dei copisti, si è potuta svolgere a Gerusalemme, dove si trova la copia microfilmata di tutti i manoscritti ebraici della Vaticana, ma la parte decisiva e
determinante per sciogliere dubbi, chiarire particolari, descrivere con accuratezza gli aspetti paleografici e codicologici, si è dovuta svolgere – com’è corretto e richiesto dal mondo scientifico – studiando
direttamente gli originali. Per molte settimane ogni anno, per molti anni, gli studiosi di Gerusalemme hanno frequentato le sale della Biblioteca Apostolica Vaticana giungendo in fine a dar la luce a questo
importantissimo contributo di conoscenza, dopo oltre mezzo secolo dall’inventario analitico di Umberto Cassuto (Moshe David Cassuto, 1883-1951). Un lavoro che si inserisce a pieno titolo nel solco della tradizione
vaticana, che sin dai tempi di Domenico Gerosolimitano, Federico Carlo Borromeo, Elia b. Menahem di Nola e Giovanni Battista Giona Galileo (secoli XVI-XVII), e fino ai giorni nostri, con Cassuto,
Anna Maria Enriques (†1944), Aaron Freiman (†1948) e Giorgio Levi della Vida (†1967), si è valsa della collaborazione di eminenti studiosi ebrei per censire e coltivare le sue collezioni ebraiche.
Il presente catalogo è il primo dall’ormai remota epoca del settecentesco Catalogus di Giuseppe Simonio Assemani (1687-1768), “Primo Custode” della Biblioteca Vaticana, di madrelingua araba: in quel volume in folio,
pubblicato nel 1756, erano descritti 453 codici Vaticani ebraici. Certo un numero considerevole, che si era progressivamente arricchito a partire dai primi quattro codici ebraici (fra i quali un Pentateuco pergamenaceo
trilingue) segnalati nell’indice della Vaticana redatto nel 1533 dai “Custodi” Fausto Sabeo e Niccolò Maiorano. Ma è del 1549 l’ingresso dei primi volumi ebraici sicuramente identificabili con codici attuali:
fra di essi era l’odierno Vat. ebr. 177, donato alla Biblioteca, sotto il pontificato di Paolo III Farnese, dal card. di Santa Croce Marcello Cervini (1501-1555), che l’aveva ricevuto dal domenicano
Juan Alvárez de Toledo (1488-1557), a quell’epoca cardinale e vescovo di Burgos.
Converrà rammentare brevemente alcune fra le molteplici vicende che contribuirono a incrementare la collezione vaticana di libri ebraici che, nel catalogo qui presentato, supera ormai le ottocento segnature,
distribuite in undici fondi manoscritti. Anche perché la narrazione di queste acquisizioni permette di scoprire una serie di passaggi di proprietà e di successivi inglobamenti, che costituiscono quasi un
singolare incastro di scatole cinesi.
Si pensi, per fare un primo esempio, al caso di Giovanni Pastrizio da Spalato (Ivan Paštric, 1636-1708). Scriptor Hebraicus della Vaticana dal 1695, il Pastrizio fu molto attivo nell’acquisizione di libri ebraici
per la sua biblioteca personale, che fu poi incorporata nella collezione libraria del Museo Borgiano di Propaganda Fide. A sua volta, quest’ultima biblioteca, rifusa con l’eredità del cardinale Stefano Borgia
(1731-1804), pervenne infine alla Vaticana nel 1902.
Un altro caso singolare, per risalire al secolo precedente, è quello delle centinaia di codici palatini sparsi nella serie dei Vaticani ebraici. La collezione ebraica palatina, infatti,
arrivata a Roma nel 1623 con la biblioteca dell’Elettore di Heidelberg, incorporava fra l’altro la fastosa raccolta del celebre bibliofilo Ulrich Fugger (1526-1584), nipote del ricchissimo banchiere Anton Fugger,
che fu finanziatore dell’imperatore Ferdinando I e del fratello maggiore Carlo V. Ma la biblioteca fuggeriana comprendeva a sua volta alcune biblioteche umanistiche, fra le quali spicca la raccolta ebraica
dell’umanista Giannozzo Manetti (1396-1459), che annoverava sicuramente almeno una decina degli attuali Vaticani ebraici.
Ancora nel Seicento, dopo l’annessione del ducato d’Urbino allo Stato della Chiesa ad opera di papa Urbano VIII nel 1631, nel 1657 la Vaticana acquisiva la biblioteca che era stata di Federico di Montefeltro,
il duca di Urbino immortalato da Piero della Francesca. Ma anche nella storia di questa raccolta troviamo altre vicende nascoste, che ci spiegano l’arrivo in Vaticana di un prezioso gruppo di manoscritti ebraici
del ricchissimo mercante Menahem ben Aharon Volterra. Costui era, infatti, fra le vittime inermi che assistettero alla messa a ferro e fuoco della città di Volterra, il 18 giugno 1472, da parte delle soldataglie
del conte Federico di Montefeltro: la sua preziosa collezione di manoscritti ebraici fu acquisita dallo stesso Federico a ornamento della sua biblioteca personale. Degli oltre duecento codici di Menahem,
Federico ritenne un florilegio di ottantadue libri. Oggi, ormai passati con la biblioteca dei duchi di Urbino in Vaticana, ne sopravvivono cinquantasette, gelosamente custoditi fra le raccolte della biblioteca.
Giungiamo così al secolo degli Assemani, il XVIII, che vide la Vaticana ravvivata dalla presenza di Giuseppe Simonio Assemani, “Primo Custode” dal 1739 alla morte (1768), e dal nipote Stefano Evodio,
che gli succedette sino al 1782. Paradossi della storia: fu un arabo, appunto Giuseppe Simonio Assemani con il suo già citato Catalogus, a promuovere la valorizzazione del patrimonio librario giudaico della Biblioteca.
Questo maronita, originario di un oscuro villaggio del Monte Libano, provvide fra l’altro a garantire ai posteri la conservazione di quei codici, con atteggiamento certo utilitaristico ma pragmaticamente efficace,
dismettendo le vecchie legature e sostituendole con quelle coperte in pergamena – molte di queste alto-medievali – che ancor oggi preservano i preziosi volumi. Quanto al catalogo da lui dato alle stampe, di
cui fu invero autore lo Scriptor Hebraicus Giovanni Antonio Costanzi (†1786), esso è completamente superato e soppiantato dal presente.
La mole e l’acribia profusa nel volume qui recensito giustifica la più che decennale gestazione, frutto, come dicevamo, del lavoro collettivo di un’équipe di specialisti. Molteplici sono infatti le
discipline implicate dall’indagine di materiale di così grande mole, e diversi sono gli ambiti linguistici da affrontare. Si va dai documenti dei Karaim di Crimea (turco in caratteri ebraici)
al prezioso Vat. pers. 61 (persiano in caratteri ebraici) – acquistato nel 1606 dal celebre viaggiatore Giambattista Vecchietti (1552-1619) durante il suo viaggio che dallo stretto di Ormuz lo portò a Bagdad e
di lì a Roma dopo innumerevoli traversie –, alla vasta tradizione giudeo-araba, così ricca di opere scientifiche e mediche, fra cui alcune opere uniche. Un unicum è ad esempio il Vat. ebr. 357 che, accanto a
un celebre Libro dei semplici, veicola un corano giudeo-arabo, vergato in semicorsiva sefardita e munito di una versione interlineare latina. L’Autore della versione interlineare va identificato con l’umanista e
orientalista giudeo-siculo Flavio Guglielmo Raimondo Moncada, collaboratore e maestro di Pico della Mirandola, meglio conosciuto come Guglielmo Mitridate.
Ancorché appena uscita di tipografia, quest’opera meritoria non si sottrae all’ineluttabile trascorrere del tempo. Nelle more di stampa, grazie all’impulso dell’attuale Cardinale Bibliotecario di S.R.C. Raffaele Farina,
il plesso giudaico della Biblioteca ha subito un felice, repentino incremento: centootto nuovi elementi ebraici (fra i quali tre codici giudeo-persiani), pervenuti recentissimamente, arricchiscono ulteriormente i
fondi manoscritti vaticani.
Bisognerà allora dare il via a un nuovo lavoro di catalogazione: il recente e apprezzato catalogo già attende un Auctarium, che ci auguriamo segno e conferma di una consolidata, gradita collaborazione.
Hebrew Manuscripts in the Vatican Library: Catalogue. Compiled by the staff of the Institute of Microfilmed Hebrew Manuscripts, Jewish National and University Library, Jerusalem. Edited by Benjamin Richler.
Palaeographical and Codicological Descriptions Malachi Beit-Arié in collaboration with Nurit Pasternak, Città del Vaticano 2008 (Studi e testi, 438).
