La Biblioteca Vaticana, nel suo transitare da passato a futuro, si mostra nel suo “oggi” anomalo. Una biblioteca, infatti, è fatta per accogliere i suoi frequentatori e favorirne le ricerche. Siamo invece chiusi per circa tre anni, dall’autunno del 2007, a causa di improrogabili lavori di ristrutturazione. I libri rimangono in qualche modo sigillati, benché si sia cercato e si cerchi, per quanto possibile, di fornire riproduzioni di manoscritti o di altri materiali a quanti ne fanno richiesta. Una biblioteca, inoltre, è luogo di incontro, simbolo visibile di quella collaborazione dalla quale soltanto si ottengono frutti maturi di ricerca: anche questo è temporaneamente inattuabile, anche se, pure in questo caso, rinnovando il sito web della Biblioteca e inviando a cadenza regolare una newsletter, cerchiamo anzitutto noi di rimanere in contatto con gli studiosi e poi di evitare un totale isolamento anche degli studiosi fra loro, gli uni nei confronti degli altri.
Desidererei tuttavia utilizzare questa situazione assumendola come un’opportunità di riflessione: come quando in una famiglia qualche evento straordinario suggerisce o impone di fermarsi, ed è finalmente l’occasione per guardarsi in faccia, raccontare le proprie esperienze e rievocare i ricordi di chi ci ha preceduto, riscoprire le proprie radici, meglio precisare i propri ideali e i propri progetti, programmare con più attenzione il proprio futuro.
Per questo accolgo volentieri il titolo che mi è stato proposto: Vatican Library: Between Past and Future. Comincio a indagare nel passato, e mi soffermo soprattutto su di esso. Scavo, precisamente, nel passato delle origini, che non solo apre una lunga sequenza di anni e di secoli, dalla metà del XV secolo sino a oggi, ma, effettivamente, mostra alcune linee costitutive che assai positivamente hanno retto e tuttora reggono La Vaticana. Eccoci quindi a parlare della nascita della Biblioteca Apostolica Vaticana, e di Niccolò V, Tommaso Parentucelli, papa dal 1477 al 1455, che ne fu il fondatore.
I. Il passato
1. La Vaticana, a dire il vero, si pone quale ultimo anello della lunga teoria di biblioteche pontificie, note a noi da molti documenti, che si estesero dalla Tarda Antichità, attraverso il Medioevo, fino all’Età Moderna. Questa sorprendente continuità è un dato importante non solo per l’efficacia di trasmissione di testi di carattere religioso, spirituale o teologico, ma anche per la costante e decisiva presenza del papato nella vita culturale dell’Europa tra Medioevo e Rinascimento.
Ma è con Niccolò V, appunto a metà del XV secolo, che prese avvio la specifica istituzione bibliotecaria che ora chiamiamo Biblioteca Apostolica Vaticana, la quale, con una sorprendente continuità, è rimasta attiva fino a oggi e, pur con evidenti e ovvie dinamiche di cambiamento, si è costantemente arricchita nel proprio cammino storico: La Vaticana - ricordiamolo -, fra le raccolte librarie ancora attive, è certamente una tra le più longeve del continente. La sua posizione di premi-nenza poi, per lo stretto legame con le figure dei pontefici, l’ha ininterrottamente collocata in posizione culturale privilegiata e le ha sempre dato modo di essere presente con la propria originalità nel cammino culturale dell’Occidente: certamente mutando pian piano finalità e interessi, ma sempre attingendo a quell’idea costitutiva che troviamo nella scelta originaria del suo fondatore.
Fu quindi proprio sulla spinta del movimento umanistico, di cui Niccolò V faceva parte, che si riavviò una istituzione di questo calibro a Roma dopo un lungo periodo di assenza dei papi dalla loro sede. Tale opera si inquadrava nel desiderio del pontefice di riprendere in mano e di ridar vigore, anche dal punto di vista ideale, a tutta la “tradizione” di studi e di riflessioni che collega la Santa Sede alla Roma dell’impero antico e insieme alla Roma delle prime “testimonianze” della Chiesa di Pietro e Paolo. Niccolò V infatti spinse i suoi interessi di studioso sia alla Roma antica pagana sia a quella cristiana, come ben emerge dalle annotazioni autografe che egli lasciò su molti dei volumi che costituivano il nucleo originario della Biblioteca e che sono tuttora conservati in grandissima parte nei fondi più antichi dell’attuale Biblioteca Apostolica Vaticana.
2. Uno dei caratteri propri di questa nuova collezione è costituito dalla presenza massiccia non solo di libri in latino, ma anche di manoscritti in greco, i quali ultimi costituiscono un terzo dell’intera raccolta: oltre 414 volumi su 1238 (i latini erano quindi 824), tutti documentati da un in-ventario redatto alla morte di Niccolò V nel 1455. Il papa, che pare avesse una conoscenza modesta della lingua greca, si avvalse di alcuni dotti collaboratori sia occidentali sia orientali, sui quali spicca Giovanni Tortelli, che fu tra i primi validi grecisti dell’Occidente umanistico: teologo egli stesso e amico personale del pontefice, ne divenne stretto collaboratore, ricevendo in carico la gestione della nuova raccolta, soprattutto nella sua sezione più innovativa, quella greca appunto. Una ricca serie di lettere autografe, conservate in Vaticana nella raccolta originaria, documenta il lavoro di ricerca del bibliotecario Tortelli: lavoro che emerge anche dai manoscritti giunti fino a noi dalla Vaticana delle origini.
3. La necessità di una biblioteca papale bilingue, latina e greca, nacque peraltro in una precisa temperie culturale, quella umanistica appunto, ma anche in una condizione particolare della vita della Chiesa del tempo. Gli umanisti, fin dal Petrarca, avevano aperto i loro interessi a tutta l’anti¬chità, classica e cristiana. Tuttavia, sino a tutto il Trecento erano stati veramente pochi coloro che in Occidente conoscevano il greco così da poterlo utilizzare nella lettura e negli studi. A partire invece dal primo Quattrocento essi si impegnarono a fondo anche nello studio della lingua e della cultura greca e orientale, attingendo direttamente ai testi originali. La rinascita degli studi greci in Occidente coinvolse tutte le discipline: sia quelle più note al grande pubblico sia quelle più strettamente teo-logiche. Rinacque infatti l’attenzione per la patristica greco-bizantina, che nel Medioevo occidentale era rimasta poco conosciuta, per altro solo attraverso traduzioni tardo antiche: esemplare, in questo senso, è la ripresa degli studi, tra Umanesimo e Rinascimento, su un importante Padre della Chiesa qual è Giovanni Crisostomo; e rinacque pure l’interesse per il testo biblico in lingua originale, grazie all’arrivo in Occidente di significativi testimoni biblici custoditi fin allora in Oriente, primo fra tutti il codice B, attestato in Vaticana almeno dal 1475.
Questi interessi si inquadrano anche nel cammino di confronto che le due Chiese, quella latina e quella greca, condussero durante tutto il primo Quattrocento: con il tentativo della Chiesa latina di soccorrere la Chiesa greca insieme a quanto rimaneva dell’Impero Bizantino, minacciato dall’avan-zata, purtroppo inesorabile, dei Turchi. Il confronto che ne venne nei vari ambiti e pure a livello istituzionale, culminò nel concilio di Ferrara-Firenze del 1438-1439, preceduto da molti contatti, sia ecclesiastici sia politici e culturali. Come è noto, il cammino non portò di fatto all’unità, allora concepita forse con carattere troppo giuridico, anche perché le comunità ecclesiali non si sentirono ef-fettivamente coinvolte nel processo di unione né pienamente rappresentate da coloro che vi avevano aderito. Ma in quel torno di avvenimenti e di discussioni furono certamente favoriti scambi e aper-ture di credito e di interesse. Niccolò V stesso aveva partecipato direttamente, prima di essere eletto pontefice, al concilio per l’unione, fornendo una collaborazione importante e originale; e, quando divenne papa, volle raccogliere a Roma l’eredità spirituale e culturale di tutte e due le Chiese: e questo è certamente uno dei motivi per cui si procurò un numero così cospicuo di manoscritti e testi greco-bizantini. Egli di fatto si sentiva papa di una Chiesa che, nella sua mente, aveva trovato un’unità.
4. Ma quale biblioteca e quale “cultura greca” giunsero in Italia allora, e in particolare in Vaticana? Non certo direttamente la cultura classica, ma piuttosto il greco ancora attuale e vivissimo del mondo bizantino, il quale appunto si sentiva, a giusto titolo, erede della grecità classica. Perché anche questo è un aspetto proprio e originalissimo di quegli scambi: gli Occidentali latinizzati si recavano a studiare il greco direttamente a Bisanzio, presso scuole dotte che utilizzavano una lingua non così distante da quella antica e continuavano a formarsi su alcuni capisaldi classici e cristiani del passato. Lo stesso Tortelli negli anni Trenta del Quattrocento visse un periodo di formazione linguistica e culturale a Bisanzio, munito di un lasciapassare pontificio del predecessore di Niccolò V, Eugenio IV, in cui esplicitamente si faceva riferimento all’intenzione del Tortelli di perfezionare i propri studi a Costantinopoli. Allo stesso modo anche la sezione greca della Vaticana di Niccolò V ha tutti i caratteri di una biblioteca di impianto bizantino:
- vi ritroviamo l’ambito classico e “imperiale”, con i testi degli autori antichi conservati, quali Erodoto, Polibio, Tucidide, Senofonte, Plutarco, Platone, Aristotele, ma anche con la ricchezza dei cronisti bizantini, di cui la collezione originaria della Biblioteca Vaticana conserva alcuni importanti testimoni;
- assai ampio è l’ambito che possiamo definire patriarcale, con la folta serie di scritti sacri e teologici: evidentemente il gruppo più abbondante e vario presso Niccolo V, a partire dai libri e commentari biblici, dalle collezioni di concili e dalla patristica greca, rappresentata fra gli altri da Giovanni Crisostomo, Basilio Magno, Gregorio Nazianzeno e Gregorio Nisseno, Efrem il Siro, Giovanni Climaco, per giungere fino ai testi palamitici e antipalamitici del XIV secolo;
- vi è pure l’ambito erudito, con la sezione grammaticale, retorica e poetica: accanto agli oratori, Libanio e Demostene in particolare, e ai classici, sui quali i Bizantini apprendevano il greco, come Omero, Pindaro, i lirici e i tragici antichi, compaiono le sillogi grammaticali e gli strumentari linguistici tipici della scuola bizantina;
- molto sviluppato è poi l’ambito liturgico e agiografico, con i testi della liturgia bizantina e le grandi raccolte agiografiche, in particolare quella che va sotto il nome di Simeone Metafraste;
- adeguatamente rappresentato è infine l’ambito matematico, con Teone d’Alessandria e una scelta dei testi abituali di questo genere.
Per molti di questi scritti, in grandissima parte ignoti all’Occidente e per la prima volta raccolti tutti assieme da un occidentale, furono approntate nuove traduzioni su commissione diretta del papa, che affidò quelle versioni a umanisti bilingui latini, tra cui Lorenzo Valla e Poggio Bracciolini, mettendo a loro disposizione gli originali della nuova raccolta e sovvenzionandone con generosità l’opera.
5. Niccolò V ha espresso anche giuridicamente i principi fondamentali di questa nuova istitu-zione in un documento, un Breve pontificio, emesso il 30 aprile 1451. Si tratta della lettera di incarico affidata a Enoch d’Ascoli, uno dei fiduciari che il papa aveva inviato in Occidente e in Oriente per raccogliere libri a beneficio della nuova biblioteca. All’epoca di emissione della lettera la fondazione della biblioteca era già stata compiuta: lo indica con chiarezza l’incipit, Iamdiu decrevimus, che riferisce di una decisione già presa. La frase continua attestando la doppia finalità dell’istituzione, di servizio cioè alla Santa Sede e di apertura ai dotti, e l’originario e voluto “bilinguismo” gre-co/latino. Il papa infatti vi dichiara: «Già da tempo abbiamo preso la decisione e ci sforziamo con grandissimo impegno affinché, per l’utilità e l’interesse comune degli uomini di scienza (pro com-muni doctorum virorum commodo), ci sia presso di noi una biblioteca di testi latini e greci (habeamus librorum omnium tum latinorum tum graecorum bibliothecam) confacente all’autorità del Pon-tefice e della Sede Apostolica. Possediamo ormai la maggior parte di ogni genere degli scritti in circolazione. Mancano però molti testi antichi, dispersi a causa della negligenza dei tempi che ci hanno preceduto, e per questo inviamo il nostro collaboratore con l’incarico di fare ricerche e di trascrivere i libri di ogni genere che vengano ritrovati».
Quando ancora si trovava a Firenze a servizio di Cosimo de’ Medici, Tommaso Parentucelli aveva composto, su invito del duca, un Canone bibliografico, cioè una lista di libri divisa per argomenti, alla quale ispirarsi per la costituzione di una biblioteca. Questo Canone, coprendo tutte le “facoltà”, cioè tutti i gruppi di discipline in cui si articola il sapere all’interno di una università, costituiva una sorta di progetto di biblioteca universale: proprio a esso si ispirò Niccolò V, una volta divenuto papa, per la costituzione della nuova biblioteca di cui stiamo parlando e che è l’originaria Biblioteca Apostolica Vaticana. Segno singolare di questa universalità fu anche il carattere bilingui-stico, latino e greco, di quella nuova biblioteca.
Ma comprendiamo come a monte di tutto ciò stesse l’esperienza di incontro e confronto tra mondo greco e latino, fra Chiesa greca e latina, che in quegli anni aveva prodotto come frutto ed e-sito più valido la reciproca migliore conoscenza delle due Chiese e un’apertura di credito al dialogo. Non se ne ottenne la sperata unità piena, ma il cammino di allora stimolò l’apertura di un canale, che per altro giovò molto anche all’Occidente, aprendo una migliore conoscenza della ricchezza di una tradizione culturale e spirituale davvero altissima. A partire dal mondo greco, l’Occidente si sarebbe di lì a poco aperto anche a tutto l’Oriente: come di nuovo testimonia con precocità notevole la stessa Vaticana, fornita di libri ebraici, arabi e siriaci già alla fine del secolo XV. Una conoscenza fondamentalmente “libresca”, basata su libri e pagine scritte, ma, come era avvenuto per il greco tramite i bizantini, attinta da fonti vive e dirette.
II. Ancora in cammino
L’indagine compiuta permette, fra i vari aspetti riscontrati nella biblioteca creata da Niccolò V, di coglierne alcuni particolarmente caratterizzanti e significativi, che potremmo verosimilmente ritrovare nello sviluppo della Biblioteca Apostolica Vaticana lungo i secoli e, quel che preme a noi qui, permangono quali elementi ispiratori del suo futuro.
1. Il primo aspetto è quello della biblioteca come un’istituzione che intenda rimanere disponibile e aperta, con i suoi libri e con tutto il servizio richiesto, a chiunque desideri approfondire, studiare e ricercare: una biblioteca che, come diceva il Breve del 1451, sia appunto communi doctorum virorum commodo (per l’utilità e l’interesse comune degli uomini di scienza) o, come si esprimeva papa Benedetto XVI nella visita dello scorso 25 giugno 2007, sia «un’accogliente casa di scienza, di cultura e di umanità, che apre le porte a studiosi provenienti da ogni parte del mondo, senza distinzione di provenienza, religione e cultura», custodendo «la sintesi tra cultura e fede che traspira dai preziosi documenti e dai tesori che custodite, dalle mura che vi circondano, dai Musei che vi sono vicini e dalla splendida Basilica che appare luminosa alle vostre finestre».
Giunto da poco tempo a operare alla Biblioteca Vaticana, mi sento ancora sufficientemente esterno per poter riferire, senza eccessivo pericolo di autoesaltazione, le valutazioni di quanti ap-prezzano il clima di servizio e la tradizione di finezza che essi hanno riscontrato e sperimentato in Vaticana. Comprendo che, in questo genere di cose, nulla è mai dato per acquisito una volta per sempre: bisognerà confermare e procedere in questa linea anche in futuro. Inoltre non si tratta sem-plicemente di affinare i propri atteggiamenti. È ovviamente necessario considerare e aggiornare con cura tutta la strumentazione con cui meglio sostenere, aiutare, facilitare le ricerche degli studiosi. È ormai vicina l’ora, ad esempio, dopo i vari e positivi “progetti pilota” sperimentati negli ultimi anni, di programmare un complessivo lavoro di riproduzione digitale dei manoscritti e degli altri materiali più significativi, così da poter convenientemente conservare e rendere altresì adeguatamente di-sponibili tutti questi beni, che abbiamo ricevuto e custodiamo a servizio dell’umanità. Non si tratta certo di impresa semplice, perché implica gravi questioni di tipo tecnico, giuridico ed economico, ma si tratta di un servizio, sino a ieri impensabile e invece ora sempre più improrogabile.
Deve del resto continuare e ulteriormente svilupparsi - ed è un secondo esempio - quell’opera di conservazione che si rivolge direttamente agli originali e che si specifica nel restauro. A questo proposito non si può non notare come il laboratorio di restauro in Vaticana comporti una presenza di personale fra le più numerose a paragone con gli altri uffici; ed è pure gradito segnalare alcuni generosi aiuti che istituzioni pubbliche o private fanno pervenire a questo fine: ma è un’impresa ve-ramente ampia, da affrontare con non poco coraggio, facendo tesoro dell’esperienza acquisita e insieme acquisendo le nuove competente necessarie.
Per fare un ultimo esempio in un altro ambito, riguardo a un’iniziativa già predisposta e non lontana dalla realizzazione, è quanto mai importante, e assai gradito ai frequentatori di una biblioteca, ampliare gli spazi di consultazione a scaffale aperto. Si può comprendere come la Biblioteca Apostolica Vaticana, collocata in luoghi condizionati da edifici secolari e in uno Stato di così minu-scola estensione, non disponga di facili soluzioni a questo proposito. Ma è ormai previsto il riutilizzo a questo scopo del Salone Sistino, la grande e splendida sala che ospitò La Vaticana dal pontificato di Sisto V, alla fine del XVI secolo, sino al pontificato di Leone XIII, alla fine del XIX secolo. Il Salone unisce insieme ampiezza di spazio e bellezza artistica: ci auguriamo di predisporlo adegua-tamente e di poterlo utilizzare, se non per la riapertura della biblioteca nel 2010, almeno in tempi non eccessivamente successivi a quel momento.
2. Il secondo aspetto che connota La Vaticana fin dalle sue origini è il suo carattere umanistico: è infatti una raccolta che nasce dall’esperienza umanistica di papa Parentucelli e del gruppo di umanisti che lo circondarono, a partire dal primo bibliotecario Tortelli. Questo fatto non solo segnala il tipo di volumi raccolti a formare l’originaria Biblioteca Vaticana, ma diventa - oggi ancor più di ieri - un richiamo e una spinta a uno specifico metodo di ricerca e a un preciso ambito di contenuti.
La Vaticana si sente così chiamata, per la sua stessa realtà di scrigno di testi e di fonti, antichi o più recenti, a promuovere e a sostenere con piena convinzione e con traboccante simpatia, ogni ricerca seria e documentata, che abbia quindi la salutare pazienza di rifarsi adeguatamente alle fonti, di verificare i dati, di confrontare i testi, di ricercare e documentare le proprie affermazioni: è un servizio umile ma - riteniamo - preziosissimo alla verità, che non può essere mai compresa affrettata-mente o attraverso slogan o con forzature, ma con un’indagine di cui l’Umanesimo ci è stato maestro indiscusso con la sua acribia filologica e con la sua ricerca attenta e accurata. Quanto ai contenuti, la tradizione umanistica, da cui appunto La Vaticana prende avvio e nella cui produzione trova il suo nucleo librario originario, rende la biblioteca, nell’oggi e nel futuro, ancora più persuasa a suggerire e a sostenere l’approfondimento delle tematiche concernenti l’uomo, la sua razionalità, la sua realtà spirituale, la sua dignità. L’Umanesimo si pose come momento felice di riconoscimento condiviso della dignità dell’uomo in tutta la sua ricchezza spirituale: una sottolineatura quanto mai preziosa oggi, quale fondamento per il futuro dell’umanità. In questo senso il servizio a favore dei cultori della ricerca “umanistica” con la sensibilità e il già ricordato rigore filologico, è un compito non da poco ancora affidato alla Biblioteca Apostolica Vaticana di oggi e di domani.
3. Un ultimo aspetto che rinveniamo nella Vaticana di Niccolò V è lo spirito universale o, se si vuole, ecumenico: papa Parentucelli aveva di mira appunto una biblioteca universale, che coprisse le differenti discipline in cui si articola il sapere e che si articolasse nel doppio versante latino e greco (e pure orientale, nell’ampliamento logicamente compiuto nei decenni successivi).
Questo spirito universale ed ecumenico, già presente nella formazione di Tommaso Parentucelli e nella sua esperienza al concilio di Ferrara-Firenze e pure coltivato in quei tempi nei contatti e dialoghi fra Occidente e Oriente, sostiene e attraversa il percorso della Vaticana lungo i secoli. Del resto, esso sostiene e attraversa ogni cultura degna di questo nome, dal momento che la cultura - per sua natura - si pone precisamente in uno spirito di universalità e di incontro. La Vaticana - ricordavo più sopra utilizzando le espressioni di papa Benedetto XVI - intende essere «un’accogliente casa di scienza, di cultura e di umanità, che apre le porte a studiosi provenienti da ogni parte del mondo, senza distinzione di provenienza, religione e cultura». Ma ancor più, grazie al facile superamento di tutte le distanze geografiche e al possibile incontro fra persone e istituzioni di contesti lontani e di-sparati, e pure e soprattutto grazie al ruolo speciale assunto in quanto Biblioteca dei papi e della Santa Sede in rapporto con le istituzioni religiose e civili, il presente e il futuro della Vaticana è felicemente chiamato a collaborazioni e a intese culturali con istituzioni di ogni angolo del mondo che dicono tutta l’universalità di ogni autentico sapere e l’amplissima possibilità di intesa e di collabo-razione che ogni retta espressione culturale permette di realizzare. Una missione che la lungimiranza di Niccolò V ci ha affidato e che con riconoscenza vorremmo continuare ad assolvere.
