Vatican Library

 

In Evidenza

Stampa

Lectio magistralis per il Dottorato h.c. in Patristica

Costantino il Grande e l’ideologia della pace1
I. - Premessa

Da un anno circa sono iniziati i preparativi per le celebrazioni dei 1700 anni dalla promulgazione del cosiddetto Editto di Milano del febbraio del 313. Altri due anniversari sono già stati celebrati, per citare i più significativi eventi: nel 2006 2quello di York per la proclamazione di Costantino Imperatore Augusto nel 306, e nel 2007 3quello di Treviri per la nomina a Cesare del medesimo. Tali manifestazioni hanno richiamato l’attenzione dei media e delle Istituzioni scientifiche e culturali su quella che rimane pur sempre una figura controversa, l’Imperatore Costantino il Grande.

Su tale personaggio si possono in genere ritenere acquisiti i punti fondamentali di quella che è stata la sua storia, la vita, l’azione, le scelte politiche e religiose, nel periodo che va dal 306, l’inizio dell’ascesa al potere, fino al 337, la data della sua morte. Tale ristretto spazio di tempo è stato, a giusta ragione, definito “epoca costantiniana”, per i cambiamenti verificatisi, la pregnanza di essi e le conseguenze nello spazio e nel tempo in riferimento alla persona dell’Imperatore Costantino. Egli viene ritenuto dai contemporanei e dai posteri il primo Imperatore cristiano e fu onorato nella storia, a breve distanza dalla sua scomparsa, con il titolo di Grande.

Su questi due punti, l'epoca (e, se volete, anche la svolta) costantiniana e il titolo di Grande a lui attribuito, vorrei fare qualche precisazione di ordine metodologico, prima di entrare nell’argomento scelto dell’ideologia della pace. Non si può fare a meno di affrontarli, questi due argomenti, in maniera sommaria e rapida ovviamente, perché il dibattito apertosi alla fine degli anni ‘60 e proseguito fino all’anno 2000, pur se gradualmente ridottosi, non si è tuttavia ancora del tutto spento. Alludo soprattutto al dibattito sull’epoca costantiniana.

Una ricerca su quelli che possono essere stati gli orientamenti, le scelte di governo (prima fra tutte l’unificazione dell’Impero), le scelte religiose, la riforma amministrativa, e, chiamiamolo pure così, il pensiero di Costantino, fa riferimento a pochi suoi scritti tramandati, ai panegirici, alle vite arrivate sino a noi, opera di “storici” favorevoli e non all’Imperatore, alla monetazione e ai reperti archeologici. Il lavoro di valutazione e di interpretazione di queste fonti, soprattutto delle vite e dei panegirici4, nonché del lavoro prodotto dalla cancelleria imperiale, soprattutto nel pieno funzionamento di essa sia a Roma che a Costantinopoli, è impresa non da poco. E tuttavia alcuni tratti, almeno per l’argomento scelto, si possono delineare ed esporre in un quadro generale accettabile.

Quanto al titolo di Grande5 questo gli è stato dato, in qualche maniera, già dai suoi contemporanei. Il panegirista del 313 lo definisce maximus imperator, Constantinus maximus6. E Prassagora di Atene, storico pagano contemporaneo di Costantino, è stato, a dire di Fozio, il primo a dare questo titolo all’Imperatore, in un panegirico tenuto dopo la vittoria su Licinio, nel 3247. È da notare come dal 325 in poi l’Imperatore viene raffigurato nella monetazione non più con la corona d’alloro, come i suoi figli, ma con il diadema8. Eusebio conferma l’uso della porpora e del diadema da parte dell’Imperatore nella descrizione della salma esposta dopo la sua morte9. La più incisiva epigrafe della grandezza dell’Imperatore nella considerazione dei contemporanei fu espressa dal panegirista Nazario nel discorso tenuto a Roma per il quinquennale dei figli di Costantino, Crispo Cesare e Costantino II Cesare: Una demum Constantini oblivio est humani generis occasus.10

Per epoca costantiniana – il secondo argomento – gli storici intendono il periodo di storia che va dalla presa di potere di Costantino alla sua morte. Fuori dal campo strettamente storico quest’espressione ha assunto un significato che supera i limiti di spazio e di tempo dell’uomo dal quale ha preso il nome. Essa è usata per indicare un tempo nel quale, sotto l’influsso di determinati atti di Costantino, si è sviluppato, anzi si è fissato per secoli, un complesso mentale e istituzionale nelle strutture, nei comportamenti e persino nella spiritualità della Chiesa, e questo non solo come fatto, ma anche come ideale. Malgrado il carattere diverso delle civiltà che lo spazio e il tempo hanno incluso in quest’epoca, malgrado rotture violente e insanabili, si riconosce in essa un comune denominatore, in una zona detta, per comodità, l’Occidente. Un tempo sociologico dunque e non unicamente cronologico.

Certo l’«epoca costantiniana» pone allo storico della Chiesa ancora non pochi problemi. Quest’epoca, in fondo, come colui dal quale essa prende il nome, rimane ancora una sfinge per la scienza storica: è l’espressione di Joseph Vogt11, che in parte condivido. Il fatto che con l’espressione «epoca costantiniana» s’intenda per lo più un concetto globale, tramandato attraverso i secoli, in diverse variazioni, tuttavia generalmente in senso dispregiativo, rende il compito di penetrazione di esso tanto più difficile quanto più urgente. Per arrivare ad una chiarificazione del problema, la prima cosa da fare è quella di ridurre l’espressione «epoca costantiniana» ad indicare esclusivamente il tempo storico di Costantino (306/312-337). Le conseguenze, risultanti dalla sua politica e perduranti nel tempo successivo possono essere contestate altrettanto quanto la preparazione di essa nell’epoca precostantiniana. Proprio il legame di questa espressione con l’idea di decadenza (Verfallsidee) dell’Impero Romano, dopo e a causa dell’incontro col Cristianesimo, mostra chiaramente il suo carattere critico (di pre-giudizio sull’«epoca costantiniana»), la cui giustificazione dovrebbe poggiare solo su analisi dettagliate. Perciò affermazioni retoriche ed esagerate e previsioni che non poggiano su questo lavoro di analisi meritano serie riserve critiche12.

Anche in questo caso, tuttavia, la polemica contro il nostro Imperatore e la cosiddetta epoca che da lui prende il nome non fa che attirare l’attenzione su di lui e, in qualche maniera, ne dilata l’interesse e la fama. La recente polemica sulle radici cristiane dell’Europa lo ha posto nuovamente, insieme a Carlo Magno, sul piedistallo, e le pubblicazioni in occasione dei centenari di York e soprattutto di Treviri ne hanno fatto un protagonista, riconfermandogli il titolo di “Grande”, primo Imperatore cristiano della storia13.

II. - L’ideologia della Pace

Ideologia della pace. So che il termine ideologia è ambiguo. Il mio uso è strumentale al discorso che sto per fare. Intendo con esso l’intuizione di un progetto; progetto, in questo caso, di una pacificazione universale che si va precisando mano a mano che esso viene realizzato e che potrà essere definito nel momento stesso in cui sarà completato e non sarà più un progetto ma una realtà.

Ho scelto di parlare di questo argomento, già da me trattato, pur superficialmente, qualche anno fa, per approfondirlo; e poi lo ritengo di grande attualità. Ricorderete che il Congresso Internazionale di scienze storiche, tenutosi a Sydney dal 3 al 9 luglio del 2005, ha dedicato una delle sessioni principali al tema “La guerra, la pace, la società e l’ordine internazionale dall’antichità ad oggi”.14

1. - L’idea di pace nel sec. IV

L’idea di pace nel sec. IV fa riferimento all’organizzazione generale del mondo in quel tempo. L’organizzazione della pace, allora, anziché essere una sovrastruttura dell’ordinamento internazionale, come possiamo pensarla oggi, era compito e prerogativa dell’Impero Romano, al quale, per il suo carattere etico e religioso, si pensava fossero affidate le sorti dell’umanità intera.15

L’idea di pace si era evoluta fino ad assumere il significato vasto e generale di eliminazione di ogni contrasto violento interno ed esterno.

«L’idea della pace ebbe un contenuto composito e non sempre identico, ora prevalendo in essa la tradizione dell’“eirene”, cioè di uno stato pacifico indipendente dai mezzi per la sua attuazione, ora invece, secondo l’accezione prammatica romana, essendo intesa coma la conclusione patteggiata o subita di un conflitto armato. Ma, qui, più evidente, là dissimulata dai motivi teorici, era presente la figura di una pace definitivamente imposta da Roma alla restante umanità».16

Nella concezione poi dell’investitura divina del potere imperiale (l’Imperatore considerato come vicarius Dei), la pace e la concordia che dovevano regnare nel mondo erano frutto di un ordine che proveniva dall’alto, ai sudditi attraverso gli imperatori, agli imperatori dalla divinità.17 I gruppi di porfido della facciata della basilica di San Marco a Venezia e dei Musei Vaticani, che raffigurano i quattro principi (Diocleziano, Massimiano, Costanzo e Galerio) abbracciati insieme «unum in Rempublicam sentientes»18, rappresentano tangibilmente l’immagine della «concordia» imperiale, sulla quale era fondata l’unità dell’Impero e la pace nel mondo, riflesso della concordia fra gli dei, esempio dell’unità dell’impero e suo simbolo. «Pace e concordia, fondatrici dell’unità, erano in tal modo divenute piuttosto la conseguenza di un ordine predeterminato, che non la causa esse stesse di quella unità».19 Completava questa concezione l’idea che l’unità, l’eternità e l’universalità fossero tre qualità inseparabili dell’Impero.

Che l’Impero non fosse davvero universale, nel senso che esso non comprendesse materialmente tutto il mondo conosciuto, era evidente ai contemporanei. Tuttavia, nel sentire comune, l’Impero veniva considerato il presidio della civiltà e l’Imperatore il patrono di tutte le genti.20 Con Costantino si giunge ad affermare la teoria secondo la quale anche la terra dei foederati apparteneva all’Impero. L’organizzazione del mondo si confondeva così con quella dell’Impero. L’organizzazione di una Pax Romana, l’unica che potesse essere allora concepita, subentrò così gradualmente «al sistema dei trattati che Roma aveva costruito nell’epoca precedente e che aveva avuto come presupposto piuttosto lo stabilimento di una superiorità politica in funzione di un’azione da sviluppare verso l’esterno che la preoccupazione, fattasi in seguito dominante, del mantenimento della pace ad ogni costo».21

2. Costantino e l’ideologia della pace22

Questa ideologia della pace, che abbiamo appena accennata, è comune all’Imperatore Costantino, pur con le peculiarità che il suo rapporto particolare con la Chiesa cristiana necessariamente comportava.23 La teoria imperiale da lui ereditata24 comportava soprattutto tre cose: 1) l’imperium, cioè il controllo dell’esercito, e il potere tribunizio, cioè la supremazia legislativa; 2) la quasi-divinità dell’Imperatore, specificatasi poi esattamente come «vicariatus Dei»; 3) il genius dell’Imperatore, Apollo, e poi Cristo.25 In questo ambito si colloca quella che Costantino considera la doppia missione, politica e religiosa, propria dell’Imperatore.26 Essa consisteva in concreto nell’adempiere la sua missione di «servitore di Dio»27 e, in quanto tale, di salvare la pace, di “insegnarla” e di procurarla ai suoi sudditi.28

Nell’idea che Costantino ha della Chiesa cristiana, così come appare dall’apprezzata sintesi datane da H. Dörries,29 tre cose fanno parte certamente della sua sostanza: 1) il culto legittimo; 2) il possesso del diritto e della verità; 3) e, non ultime, l’unanimità e la concordia (..............).

È proprio la concordia, che è il presupposto della pace,30 quella che ha attratto, soprattutto durante le persecuzioni, tanti proseliti alla Chiesa; e la diffusione del Cristianesimo non è stato altro che un miracoloso diffondersi tra i popoli di questa concordia.

Dagli scritti e dalla politica di Costantino risultano evidenti alcune caratteristiche che determinano l’ideologia della pace, che sintetizzo come segue:

1. La pace ha una data, il 324, e si configura come assenza di guerra, interna ed esterna, con la conseguenza dell’unificazione dell’Impero e la sicurezza dei confini. Idealmente la securitas, che è la parte visibile della pace, garantisce la continuità e come tale viene definita perpetua: securitas perpetua.31 Oggettivamente però l’assenza della guerra, altrimenti detta «pace negativa», indica una situazione molto vicina a quella che noi chiameremmo oggi una lunga tregua.
2. Una tale situazione comporta all’interno l’esercizio della tolleranza, ma non oltre un certo limite e lasciando sempre uno spazio al privilegio.
3. La religione cristiana viene coinvolta in tale progetto e talvolta ne occupa lo spazio privilegiato.
4. L’Imperatore, come vicarius Dei e primo responsabile, ne è il protagonista con tutte le sue titolarità di propagator imperii, victor, ecc., e l’elenco delle virtù da praticare: pietas, iustitia, clementia, providentia, philantropia, megalopsychia, moderatio, indulgentia, ecc., che rendono degno l’Imperatore del suo incarico e producono come effetto securitas, tranquillitas, hilaritas, pax.32
5. Infine le “opere del regime”, il cerimoniale di corte, la propaganda (la panegiristica e la monetazione) sono espressione – almeno erano intese così a quel tempo – della prosperità, segno questo della benevolenza divina ed effetto della pace. Si possono ricordare: la costruzione della nuova capitale Costantinopoli, la costruzione di edifici pubblici, le basiliche cristiane, gli archi di trionfo. Una chiesa della Santa Pace fu costruita a Costantinopoli, in corrispondenza (concorrenza?) con l’ara pacis di Augusto a Roma.33

Questa pax illa sanctissimae fraternitatis è prima di tutto un dono interiore di Dio – riporto qui dagli scritti di Costantino e da citazioni in Eusebio di Cesarea –;34 e poi è un suo comandamento, un dovere nei riguardi della legge divina, di custodirla, la pace, e di ricomporla non appena si sia in qualche modo incrinata.35 Essa è il desiderio primo dell’Imperatore,36 è il senso della sua azione nei riguardi della Chiesa (anche, se è il caso, con l’aiuto dell’imposizione delle tasse).37 La fede, la pace e la concordia (..........) sono come l’aria vitale del popolo di Dio.38 L’Impero stesso ne trae sicuro giovamento.39 È perciò del tutto incomprensibile compromettere un tale incomparabile dono in una lotta per il dogma.40

Naturalmente, leggendo tante espressioni di preoccupazione per la pace della Chiesa (e dell’Impero), ci si domanda quanto di convinzione religiosa e quanto di responsabilità (calcolo?) politica vi fossero nell’Imperatore. Un punto di soluzione a questo problema, tipico del nostro tempo, sta nel fatto che, nella mentalità di quel tempo, especificamente in quella di Costantino, c’era sì una distinzione di piani (religioso e politico), ma non di ambiti in cui si esercitava l’unico potere politico-religioso. E ciò per una ragione più profonda, come fa giustamente notare il Dörries.41 Le parole, le espressioni.............................. indicano quella pax fraternitatis, che non è nient’altro che l’amore fraterno cristiano,42 e che, pur nell’approssimazione di una Soldatenglaube (Josef Vogt), come è quella di Costantino,43 rimane tuttavia qualcosa di completamente nuovo e diverso.

Né è da sottacere, più che una contraddittoria politica religiosa della pace, un certo pragmatismo, tipicamente romano, di Costantino a tal proposito. Mi riferisco al suo atteggiamento nei riguardi di Roma dopo la fondazione della seconda Roma, Costantinopoli. La monetazione successiva all’inaugurazione della nuova capitale dimostra chiaramente che quest’ultima è il centro ideale dell’impero universale cristiano. Essa è rappresentata come figura femminile, corrispondente a quella della dea Roma, carica di simboli, che la definiscono Regina della Pace, della Vittoria e dell’Abbondanza. Come Tyche alata, sul cui scettro compare il globo al quale si sovrappone la croce di Cristo, è la divinità che raccoglie in sé gli attributi tipici della pace: Rhea, Abundantia, Victoria e Ceres.44

Negli stessi anni però la Zecca imperiale metteva in circolazione monete commemorative con la leggenda Securitas Romae, dove si esprime, a riguardo dell’antica capitale, il medesimo messaggio del poeta e panegirista pagano del 325, Optaziano Porfirio, dopo la sconfitta dei Goti nel territorio dei Sarmati: «Così possa tu, mentre le spade son piegate per fare vomeri, godere pieno riposo nella tua nivea rocca. La Roma sorella, il decoro del Ponto, esalta la Roma dei Tusci, che vediamo con i nostri occhi».45 È messo così a confronto il riposo meritato e inattivo della vecchia città-madre con la promozione vittoriosa della pace da parte della nuova capitale.



1Riprendo un tema già da me trattato e pubblicato in diverse edizioni, l’ultima in: La concezione della pace nel IV secolo. Costantino il Grande ed Eusebio di Cesarea, in "Chiesa e Impero da Augusto a Giustiniano", a cura di E. dal Covolo e R. Uglione (Roma, LAS 2001) 95-105. Ho ricevuto recentemente da K.M. Girardet un suo studio (rielaborazione di una lezione tenuta il 6 novembre 2006), Das Christentum im Denken und in der Politik Kaiser Konstantins d. Gr., in “Kaiser Konstantin der Große. Historische Leitung und Rezeption in Europa”, hrsg. von K.M. Girardet (Bonn, Häbelt 2007) 29-53: mi pare un ottimo sfondo nel quale inquadrare il mio contributo.
2Costantino fu proclamato imperatore dai soldati romani a York il 25 maggio 306. L’anniversario costantiniano è stato celebrato nel corso del 2006 dal Museo di York con una grande mostra di carattere storico-archeologico e con alcune pubblicazioni.
3Per prepararsi alla scalata al trono imperiale, Costantino si spostò dalla Britannia nelle Gallie, dove nel 307, a Treviri, ottenne il primo consolato. Qui sposò Fausta, la figlia dell’imperatore Massimiano Erculeo, sottolineando così le proprie ambizioni alla dignità imperiale. Nello stesso anno, Massimiano gli conferiva il titolo di Cesare; da quel momento venne sancita la sua legittimità come futuro imperatore. Tre mostre sono state organizzate a Treviri nel 2007: nel Rheinisches Landesmuseum Trier, nel Dom- und Diözesamuseum Trier e nello Städtische Museum Simeonstift Trier.
4Trovo oltremodo fruibile e pertinente il capitolo Il mondo dei panegirici nel volume di S. MacCormack, Arte e cerimoniale nell’antichità (Torino, Einaudi 1995) 3-22.
5Cf. K.M. Girardet, Die Konstantinische Wende (Darmstadt, Wissenschaftliche Buchgesellschaft 2006) 153-155.
6Pan. Lat. 9, 26, 5; 10, 3, 1. E sulle monete, a partire dal 329, Constantinus Max. Aug. (Multipla d’oro della zecca di Costantinopoli: L’Aja, Koninklijk Penning Kabinett).
7Cf. K.M. Girardet, Die Konstantinische Wende, 153-154; id., Das Christentum im Denken und in der Politik Kaiser Konstantins d. Gr., 29, nota 2.
8Cf. S. MacCormack, Arte e cerimoniale nell’antichità, 282-283; Alföldi, Die konstantinische Goldprägung (Mainz 1963) 93.
9Vita Const. 4, 66: “... All’interno del palazzo, proprio al centro della reggia, in un’alta bara d’oro massiccio giaceva il cadavere dell’imperatore, adorno delle insegne imperiali, della porpora e del diadema, ed enorme era il numero delle persone che lo attorniava in una insonne veglia sia diurna che notturna”.
10Pan. Lat. 4 [10] 12, 4.
11Cf. Konstantin der Grosse und sein Jahrhundert (München, Münchner Verlag 1949) 247; si noti tuttavia l’espressione conclusiva di T.D. Barnes, Constantine and Eusebius (Cambridge, Mass.-London 1981) 275: «Constantine’s character is not wholly enigmatic».
12Eusebio di Cesarea e la «svolta costantiniana», in "Augustinianum" 26 (1986) 315, nota 5.
13Cf. K.M. Girardet, Die konstantinische Wende, 154-155. Vale la pena di ricordare che la Chiesa ortodossa lo festeggia come santo il 21 maggio di ogni anno.
14Cf. E. dal Covolo, Lo sviluppo del concetto di “pace” nel quadro dei rapporti tra la Chiesa e l’Impero nei primi tre secoli, in “Ricerche Teologiche” 16 (2005), 71-78; Tra concordia e pace: parole e valori della Grecia antica, a cura di G. Daverio Rocchi (Milano, Cisalpino 2007), XIII.
15Cf. B. Paradisi, Pace e Impero alla fine del mondo antico, in “Studia et documenta historiae et iuris”, 24 (1958), 280; cf., dello stesso, L’organisation de la paix aux IVe et Ve siècle, in “Recueils de la Société Jean Bodin pour l’Histoire comparative des Institutions” 14: La Paix 1 (Bruxelles 1961), 231-395.
16B. Paradisi, Pace e Impero, 280-281.
17In questo ambito si colloca la concezione delle virtù imperiali (come risultano dai panegirici, dalle iscrizioni, dalla monetazione, ecc.) a partire dall’aureus clipeus virtutis di Augusto, con le quattro virtù cardinali (virtus, clementia, iustitia, pietas), legate ai titoli imperiali di propagator imperii, victor, ecc., fino a Costantino, all’elenco di pietas, iustitia, clementia, providentia, philantropia, megalopsychia, moderatio, indulgentia, ecc., che rendono degno l’Imperatore del suo incarico e producono come effetto securitas, tranquillitas, hilaritas, pax. Cf. M.P. Charlesworth, Pietas and Victoria: The Emperor and the Citizen, in “Journal of Roman Studies”, 33 (1943), 2-10; id., The virtus of a Roman Emperor. Propaganda and the creation of belief, in “Proceedings of the British Academy”, 23 (1937), 105-133.
18“Quattuor sane principes mundi fortes, sapientes, benigni et admodum liberales, unum in rem p. sentientes, perreverentes Romani senatus, moderati, populi amici, persancti, graves, religiosi et quales principes semper oravimus” (Historia Augusta, Vita Cari 18).
19B. Paradisi, Pace e Impero, 287.
20Cf. anche J. Vogt, Orbis. Ausegewählte Schriften zur Geschichte des Altertums (Freiburg-Basel-Wien, Herder 1960), 309-311. Interessante il contributo di G. Nocera sul problema del consensus universorum al tempo di Diocleziano e Costantino, in Accademia Romanistica Costantiniana, Atti del II Convegno Internazionale, Spello… 1975 (Perugia, Libreria Universitaria 1976), 119-153.
21B. Paradisi, Pace e Impero, 288.
22Per la bibliografia su Costantino: T.D. Barnes, Constantine and Eusebius, 406-442.
23P. Sillo ha recentemente dimostrato l’esistenza nella cancelleria di Costantino di uno scrinium con competenza specifica di politica ecclesiastica: Mito e realtà dell’«aequitas christiana». Contributo alla determinazione del concetto di «aequitas» negli Atti degli «scrinia» costantiniani (Milano, Giuffrè) 1980.
24Rimane valido, pur se con qualche riserva, il quadro generale tracciato da A. Graf Schenk von Stauffenberg, Der Reichsgedanke Konstantins, ristampato in Prinzipat und Freiheit, hrsg. von R. Klein (Wege der Forschung, 135) (Darmstadt, Wiss. Buchgesellschaft 1969), 464-487.
25Cf. G. Downey, Theory of the Monarchy. Lecture given at Seminar at Harvard University, Feb. 16, 1951.
26Cf. H. Dörries, Das Selbstzeugnis Kaiser Konstantins (Abh. der Akademie der Wissenschaften in Göttingen, Philol.-Hist. Kl., 3.F., 34), (Göttingen, Vandenhoeck und Ruprecht 1954), 243. Una revisione critica degli scritti di Costantino è stata fatta da P. Sillo, op. cit.
27H. Dörries, op. cit., 258-259.
28Ibid., 256-257.
29Ibid., 317-320.
30........... è il «Lieblingsbegriff» di Costantino (H. Dörries, op. cit., p. 80). Cf. lettera ad Alessandro di Alessandria, in Athanasius Werke III 1: Urkunden zur Geschichte des Arianischen Streites, ed. H.-G. Opitz (Berlin-Leipzig, W. De Gruyter 1934), nr. 32; agli Antiocheni, in De Vita Const. III, 60, 1.2.4.
31S. MacCormack, Arte e cerimoniale, 283-284. Felicitas perpetua, securitas perpetua, salus et spes, gaudium sono termini che trasmettono proprio l’idea di continuità.
32Vedi sopra nota 17.
33Cf. H. Lietzmann, Geschichte der alten Kirche, II (Berlin-Leipzig, De Gruyter 1953), 136.
34Lettera di Costantino ai cattolici dell’Africa, in Urkunden zur Entstehungsgeschichte des Donatismus, hrsg. von H. Von Soden, (Kleine Texte für Vorlesungen und Übungen, 122), (Berlin, De Gruyter 1950), nr. 315.
35Ibid., nr. 15, 23; 31, 4.
36Cf. De Vita Const. III 12 = Winkelmann 87, 4-88, 2.
37Cf. Athanasius Werke 34, 39; al Sinodo di Tiro, in De Vita Const. IV 42, 2-5. = Winkelmann 137, 11-18; 138, 2-8.
38Cf. De Vita Const. III 20, 2 = Winkelmann 93, 2-3.
39Cf. P.-P. Joannou, La législation impériale et la christianisation de l’Empire romain (311-476) (Orientalia Christiana Analecta, 192), (Roma, Pontificium Institutum Orientalium Studiorum 1972), 34-35, e testi ivi citati. Cf. per es. Discorso di apertura al Cons. di Nicea, in De Vita Const. II 56, 1; III 12, 4-5; Gelasio, Hist. Eccl. II 7, 1-4.
40Cf. P.-P. Joannou op. cit., 36. Cf. lettera di Eusebio di Nicomedia e Teognide di Nicea al II Sinodo di Nicea, in Athanasius Werke III 1, 31.
41Op. cit., 319-320.
42Cf. lettera ad Ario e compagni, in Athanasius Werke III 1, 34.
43Cf. J. Vogt, Die Bedeutung des Jahres 312 für die Religionspolitik Konstantins des Großen, in “Zeitschrift für Kirchengeschichte”, 61 (1942), 190.
44Cf. A. Alföldi, Costantino tra paganesimo e cristianesimo (Bari-Roma, Laterza 1976), 95-96. Per la Chiesa della Santa Pace di Costantinopoli cf. sopra nota 33.
45Carmi di Publilio Optaziano Porfirio, a cura di Giovanni Polara (Torino, Utet 2004) XVIII, 164-167.
  “Tot freta pacis apex mutari munere gaudet, /
  India clavigeri Latium vult tangere navi, /
  Nileus messor sua tradit castra, vel agmen /
  Arctos, quam Carpi noscet vix Haemus, in ora. /
  Sic istis cultus in rem curvantibus enses /
  te nivea iuvat arce frui. Ponti decus auget, /
  Roma soror, veteres Tuscos, quos ore tuemur. /

  Alme, tuas lauro aetas sustollet in astra”.
  Publilio Optaziano Porfirio, esiliato per delle colpe non ben precisate, indirizza all’Imperatore Costantino la raccolta dei carmi, tra i quali il XVIII, dal quale si cita il passo di cui sopra. L’imperatore apprezza il libretto, a lui dedicato in occasione dei Vicennali del 325, sgargiante per la tecnica della figurazione dei versus intexti accoppiata a quella dell’acrostico, e lo richiama a Roma promuovendolo, nel giro di quattro anni, ad amministratore della Campania, proconsole d’Acaia, proconsole d’Asia e prefetto della città.
  Cf. A. Alföldi, op. cit., 104. Sulla monetazione cf. anche The Roman Imperial Coinage, ed. H. Mattingly – E.A. Sydenham, VII, P.M. Bruun, Constantine and Licinius (London, Spink 1966), p. 15-46 (beata tranquillitas), p. 36, n. 3; 49; 288; 314 (pax perpetua), p. 49 (saeculi felicitas), p. 51, n. 3; 165; 363 (pax aeterna), p. 45, n. 2; 568 (pax publica), ecc.
  • English 
    Italian