Da un anno circa sono iniziati i preparativi per le celebrazioni dei 1700 anni dalla promulgazione del cosiddetto Editto di Milano del febbraio del 313. Altri due anniversari sono già stati celebrati, per citare i più significativi eventi: nel 2006 2quello di York per la proclamazione di Costantino Imperatore Augusto nel 306, e nel 2007 3quello di Treviri per la nomina a Cesare del medesimo. Tali manifestazioni hanno richiamato l’attenzione dei media e delle Istituzioni scientifiche e culturali su quella che rimane pur sempre una figura controversa, l’Imperatore Costantino il Grande.
Su tale personaggio si possono in genere ritenere acquisiti i punti fondamentali di quella che è stata la sua storia, la vita, l’azione, le scelte politiche e religiose, nel periodo che va dal 306, l’inizio dell’ascesa al potere, fino al 337, la data della sua morte. Tale ristretto spazio di tempo è stato, a giusta ragione, definito “epoca costantiniana”, per i cambiamenti verificatisi, la pregnanza di essi e le conseguenze nello spazio e nel tempo in riferimento alla persona dell’Imperatore Costantino. Egli viene ritenuto dai contemporanei e dai posteri il primo Imperatore cristiano e fu onorato nella storia, a breve distanza dalla sua scomparsa, con il titolo di Grande.
Su questi due punti, l'epoca (e, se volete, anche la svolta) costantiniana e il titolo di Grande a lui attribuito, vorrei fare qualche precisazione di ordine metodologico, prima di entrare nell’argomento scelto dell’ideologia della pace. Non si può fare a meno di affrontarli, questi due argomenti, in maniera sommaria e rapida ovviamente, perché il dibattito apertosi alla fine degli anni ‘60 e proseguito fino all’anno 2000, pur se gradualmente ridottosi, non si è tuttavia ancora del tutto spento. Alludo soprattutto al dibattito sull’epoca costantiniana.
Una ricerca su quelli che possono essere stati gli orientamenti, le scelte di governo (prima fra tutte l’unificazione dell’Impero), le scelte religiose, la riforma amministrativa, e, chiamiamolo pure così, il pensiero di Costantino, fa riferimento a pochi suoi scritti tramandati, ai panegirici, alle vite arrivate sino a noi, opera di “storici” favorevoli e non all’Imperatore, alla monetazione e ai reperti archeologici. Il lavoro di valutazione e di interpretazione di queste fonti, soprattutto delle vite e dei panegirici4, nonché del lavoro prodotto dalla cancelleria imperiale, soprattutto nel pieno funzionamento di essa sia a Roma che a Costantinopoli, è impresa non da poco. E tuttavia alcuni tratti, almeno per l’argomento scelto, si possono delineare ed esporre in un quadro generale accettabile.
Quanto al titolo di Grande5 questo gli è stato dato, in qualche maniera, già dai suoi contemporanei. Il panegirista del 313 lo definisce maximus imperator, Constantinus maximus6. E Prassagora di Atene, storico pagano contemporaneo di Costantino, è stato, a dire di Fozio, il primo a dare questo titolo all’Imperatore, in un panegirico tenuto dopo la vittoria su Licinio, nel 3247. È da notare come dal 325 in poi l’Imperatore viene raffigurato nella monetazione non più con la corona d’alloro, come i suoi figli, ma con il diadema8. Eusebio conferma l’uso della porpora e del diadema da parte dell’Imperatore nella descrizione della salma esposta dopo la sua morte9. La più incisiva epigrafe della grandezza dell’Imperatore nella considerazione dei contemporanei fu espressa dal panegirista Nazario nel discorso tenuto a Roma per il quinquennale dei figli di Costantino, Crispo Cesare e Costantino II Cesare: Una demum Constantini oblivio est humani generis occasus.10
Per epoca costantiniana – il secondo argomento – gli storici intendono il periodo di storia che va dalla presa di potere di Costantino alla sua morte. Fuori dal campo strettamente storico quest’espressione ha assunto un significato che supera i limiti di spazio e di tempo dell’uomo dal quale ha preso il nome. Essa è usata per indicare un tempo nel quale, sotto l’influsso di determinati atti di Costantino, si è sviluppato, anzi si è fissato per secoli, un complesso mentale e istituzionale nelle strutture, nei comportamenti e persino nella spiritualità della Chiesa, e questo non solo come fatto, ma anche come ideale. Malgrado il carattere diverso delle civiltà che lo spazio e il tempo hanno incluso in quest’epoca, malgrado rotture violente e insanabili, si riconosce in essa un comune denominatore, in una zona detta, per comodità, l’Occidente. Un tempo sociologico dunque e non unicamente cronologico.
Certo l’«epoca costantiniana» pone allo storico della Chiesa ancora non pochi problemi. Quest’epoca, in fondo, come colui dal quale essa prende il nome, rimane ancora una sfinge per la scienza storica: è l’espressione di Joseph Vogt11, che in parte condivido. Il fatto che con l’espressione «epoca costantiniana» s’intenda per lo più un concetto globale, tramandato attraverso i secoli, in diverse variazioni, tuttavia generalmente in senso dispregiativo, rende il compito di penetrazione di esso tanto più difficile quanto più urgente. Per arrivare ad una chiarificazione del problema, la prima cosa da fare è quella di ridurre l’espressione «epoca costantiniana» ad indicare esclusivamente il tempo storico di Costantino (306/312-337). Le conseguenze, risultanti dalla sua politica e perduranti nel tempo successivo possono essere contestate altrettanto quanto la preparazione di essa nell’epoca precostantiniana. Proprio il legame di questa espressione con l’idea di decadenza (Verfallsidee) dell’Impero Romano, dopo e a causa dell’incontro col Cristianesimo, mostra chiaramente il suo carattere critico (di pre-giudizio sull’«epoca costantiniana»), la cui giustificazione dovrebbe poggiare solo su analisi dettagliate. Perciò affermazioni retoriche ed esagerate e previsioni che non poggiano su questo lavoro di analisi meritano serie riserve critiche12.
Anche in questo caso, tuttavia, la polemica contro il nostro Imperatore e la cosiddetta epoca che da lui prende il nome non fa che attirare l’attenzione su di lui e, in qualche maniera, ne dilata l’interesse e la fama. La recente polemica sulle radici cristiane dell’Europa lo ha posto nuovamente, insieme a Carlo Magno, sul piedistallo, e le pubblicazioni in occasione dei centenari di York e soprattutto di Treviri ne hanno fatto un protagonista, riconfermandogli il titolo di “Grande”, primo Imperatore cristiano della storia13.
Ideologia della pace. So che il termine ideologia è ambiguo. Il mio uso è strumentale al discorso che sto per fare. Intendo con esso l’intuizione di un progetto; progetto, in questo caso, di una pacificazione universale che si va precisando mano a mano che esso viene realizzato e che potrà essere definito nel momento stesso in cui sarà completato e non sarà più un progetto ma una realtà.
Ho scelto di parlare di questo argomento, già da me trattato, pur superficialmente, qualche anno fa, per approfondirlo; e poi lo ritengo di grande attualità. Ricorderete che il Congresso Internazionale di scienze storiche, tenutosi a Sydney dal 3 al 9 luglio del 2005, ha dedicato una delle sessioni principali al tema “La guerra, la pace, la società e l’ordine internazionale dall’antichità ad oggi”.14
L’idea di pace nel sec. IV fa riferimento all’organizzazione generale del mondo in quel tempo. L’organizzazione della pace, allora, anziché essere una sovrastruttura dell’ordinamento internazionale, come possiamo pensarla oggi, era compito e prerogativa dell’Impero Romano, al quale, per il suo carattere etico e religioso, si pensava fossero affidate le sorti dell’umanità intera.15
L’idea di pace si era evoluta fino ad assumere il significato vasto e generale di eliminazione di ogni contrasto violento interno ed esterno.
«L’idea della pace ebbe un contenuto composito e non sempre identico, ora prevalendo in essa la tradizione dell’“eirene”, cioè di uno stato pacifico indipendente dai mezzi per la sua attuazione, ora invece, secondo l’accezione prammatica romana, essendo intesa coma la conclusione patteggiata o subita di un conflitto armato. Ma, qui, più evidente, là dissimulata dai motivi teorici, era presente la figura di una pace definitivamente imposta da Roma alla restante umanità».16
Nella concezione poi dell’investitura divina del potere imperiale (l’Imperatore considerato come vicarius Dei), la pace e la concordia che dovevano regnare nel mondo erano frutto di un ordine che proveniva dall’alto, ai sudditi attraverso gli imperatori, agli imperatori dalla divinità.17 I gruppi di porfido della facciata della basilica di San Marco a Venezia e dei Musei Vaticani, che raffigurano i quattro principi (Diocleziano, Massimiano, Costanzo e Galerio) abbracciati insieme «unum in Rempublicam sentientes»18, rappresentano tangibilmente l’immagine della «concordia» imperiale, sulla quale era fondata l’unità dell’Impero e la pace nel mondo, riflesso della concordia fra gli dei, esempio dell’unità dell’impero e suo simbolo. «Pace e concordia, fondatrici dell’unità, erano in tal modo divenute piuttosto la conseguenza di un ordine predeterminato, che non la causa esse stesse di quella unità».19 Completava questa concezione l’idea che l’unità, l’eternità e l’universalità fossero tre qualità inseparabili dell’Impero.
Che l’Impero non fosse davvero universale, nel senso che esso non comprendesse materialmente tutto il mondo conosciuto, era evidente ai contemporanei. Tuttavia, nel sentire comune, l’Impero veniva considerato il presidio della civiltà e l’Imperatore il patrono di tutte le genti.20 Con Costantino si giunge ad affermare la teoria secondo la quale anche la terra dei foederati apparteneva all’Impero. L’organizzazione del mondo si confondeva così con quella dell’Impero. L’organizzazione di una Pax Romana, l’unica che potesse essere allora concepita, subentrò così gradualmente «al sistema dei trattati che Roma aveva costruito nell’epoca precedente e che aveva avuto come presupposto piuttosto lo stabilimento di una superiorità politica in funzione di un’azione da sviluppare verso l’esterno che la preoccupazione, fattasi in seguito dominante, del mantenimento della pace ad ogni costo».21
Questa ideologia della pace, che abbiamo appena accennata, è comune all’Imperatore Costantino, pur con le peculiarità che il suo rapporto particolare con la Chiesa cristiana necessariamente comportava.23 La teoria imperiale da lui ereditata24 comportava soprattutto tre cose: 1) l’imperium, cioè il controllo dell’esercito, e il potere tribunizio, cioè la supremazia legislativa; 2) la quasi-divinità dell’Imperatore, specificatasi poi esattamente come «vicariatus Dei»; 3) il genius dell’Imperatore, Apollo, e poi Cristo.25 In questo ambito si colloca quella che Costantino considera la doppia missione, politica e religiosa, propria dell’Imperatore.26 Essa consisteva in concreto nell’adempiere la sua missione di «servitore di Dio»27 e, in quanto tale, di salvare la pace, di “insegnarla” e di procurarla ai suoi sudditi.28
Nell’idea che Costantino ha della Chiesa cristiana, così come appare dall’apprezzata sintesi datane da H. Dörries,29 tre cose fanno parte certamente della sua sostanza: 1) il culto legittimo; 2) il possesso del diritto e della verità; 3) e, non ultime, l’unanimità e la concordia (..............).
È proprio la concordia, che è il presupposto della pace,30 quella che ha attratto, soprattutto durante le persecuzioni, tanti proseliti alla Chiesa; e la diffusione del Cristianesimo non è stato altro che un miracoloso diffondersi tra i popoli di questa concordia.
Dagli scritti e dalla politica di Costantino risultano evidenti alcune caratteristiche che determinano l’ideologia della pace, che sintetizzo come segue:
1. La pace ha una data, il 324, e si configura come assenza di guerra, interna ed esterna, con la conseguenza dell’unificazione dell’Impero e la sicurezza dei confini.
Idealmente la securitas, che è la parte visibile della pace, garantisce la continuità e come tale viene definita perpetua: securitas perpetua.31 Oggettivamente però l’assenza della guerra,
altrimenti detta «pace negativa», indica una situazione molto vicina a quella che noi chiameremmo oggi una lunga tregua.
2. Una tale situazione comporta all’interno l’esercizio della tolleranza, ma non oltre un certo limite e lasciando sempre uno spazio al privilegio.
3. La religione cristiana viene coinvolta in tale progetto e talvolta ne occupa lo spazio privilegiato.
4. L’Imperatore, come vicarius Dei e primo responsabile, ne è il protagonista con tutte le sue titolarità di propagator imperii, victor, ecc., e l’elenco delle virtù da praticare: pietas, iustitia,
clementia, providentia, philantropia, megalopsychia, moderatio, indulgentia, ecc., che rendono degno l’Imperatore del suo incarico e producono come effetto securitas, tranquillitas, hilaritas, pax.32
5. Infine le “opere del regime”, il cerimoniale di corte, la propaganda (la panegiristica e la monetazione) sono espressione – almeno erano intese così a quel tempo – della prosperità,
segno questo della benevolenza divina ed effetto della pace. Si possono ricordare: la costruzione della nuova capitale Costantinopoli, la costruzione di edifici pubblici, le basiliche cristiane,
gli archi di trionfo. Una chiesa della Santa Pace fu costruita a Costantinopoli, in corrispondenza (concorrenza?) con l’ara pacis di Augusto a Roma.33
Questa pax illa sanctissimae fraternitatis è prima di tutto un dono interiore di Dio – riporto qui dagli scritti di Costantino e da citazioni in Eusebio di Cesarea –;34 e poi è un suo comandamento, un dovere nei riguardi della legge divina, di custodirla, la pace, e di ricomporla non appena si sia in qualche modo incrinata.35 Essa è il desiderio primo dell’Imperatore,36 è il senso della sua azione nei riguardi della Chiesa (anche, se è il caso, con l’aiuto dell’imposizione delle tasse).37 La fede, la pace e la concordia (..........) sono come l’aria vitale del popolo di Dio.38 L’Impero stesso ne trae sicuro giovamento.39 È perciò del tutto incomprensibile compromettere un tale incomparabile dono in una lotta per il dogma.40
Naturalmente, leggendo tante espressioni di preoccupazione per la pace della Chiesa (e dell’Impero), ci si domanda quanto di convinzione religiosa e quanto di responsabilità (calcolo?) politica vi fossero nell’Imperatore. Un punto di soluzione a questo problema, tipico del nostro tempo, sta nel fatto che, nella mentalità di quel tempo, especificamente in quella di Costantino, c’era sì una distinzione di piani (religioso e politico), ma non di ambiti in cui si esercitava l’unico potere politico-religioso. E ciò per una ragione più profonda, come fa giustamente notare il Dörries.41 Le parole, le espressioni.............................. indicano quella pax fraternitatis, che non è nient’altro che l’amore fraterno cristiano,42 e che, pur nell’approssimazione di una Soldatenglaube (Josef Vogt), come è quella di Costantino,43 rimane tuttavia qualcosa di completamente nuovo e diverso.
Né è da sottacere, più che una contraddittoria politica religiosa della pace, un certo pragmatismo, tipicamente romano, di Costantino a tal proposito. Mi riferisco al suo atteggiamento nei riguardi di Roma dopo la fondazione della seconda Roma, Costantinopoli. La monetazione successiva all’inaugurazione della nuova capitale dimostra chiaramente che quest’ultima è il centro ideale dell’impero universale cristiano. Essa è rappresentata come figura femminile, corrispondente a quella della dea Roma, carica di simboli, che la definiscono Regina della Pace, della Vittoria e dell’Abbondanza. Come Tyche alata, sul cui scettro compare il globo al quale si sovrappone la croce di Cristo, è la divinità che raccoglie in sé gli attributi tipici della pace: Rhea, Abundantia, Victoria e Ceres.44
Negli stessi anni però la Zecca imperiale metteva in circolazione monete commemorative con la leggenda Securitas Romae, dove si esprime, a riguardo dell’antica capitale, il medesimo messaggio del poeta e panegirista pagano del 325, Optaziano Porfirio, dopo la sconfitta dei Goti nel territorio dei Sarmati: «Così possa tu, mentre le spade son piegate per fare vomeri, godere pieno riposo nella tua nivea rocca. La Roma sorella, il decoro del Ponto, esalta la Roma dei Tusci, che vediamo con i nostri occhi».45 È messo così a confronto il riposo meritato e inattivo della vecchia città-madre con la promozione vittoriosa della pace da parte della nuova capitale.
