Biblioteca Apostolica Vaticana

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Quattro nuovi «scriptores» per la Biblioteca Apostolica Vaticana *

di Cesare Pasini


Lo scorso 24 giugno sono stati nominati quattro nuovi scriptores della Biblioteca Apostolica Vaticana: Antonio Manfredi e Claudia Montuschi scriptores Latini, Timothy Janz scriptor Graecus e Delio Vania Proverbio scriptor Orientalis. Essi si aggiungono agli altri cinque, che già da tempo ricoprono l'incarico: gli scriptores Latini Ambrogio Piazzoni, vice prefetto, Paolo Vian, capo del Dipartimento dei Manoscritti, Adalbert Roth, capo del Dipartimento degli Stampati, e Marco Buonocore, archivista capo, e lo scriptor Graecus Sever Voicu.

Gli scriptores, spiega lo Statuto della Biblioteca, «sono gli specialisti nelle discipline paleografiche, filologiche e storiche e svolgono il compito della ricerca scientifica e dell'attività culturale peculiare della Biblioteca. Essi hanno come principale ufficio quello di redigere cataloghi, inventari e strumenti bibliografici per l'utilizzazione dei codici e di preparare opere scientifiche che ne illustrino i fondi e ne documentino la storia». Le ricerche degli scriptores sono infatti naturalmente indirizzate a indagare i ricchissimi fondi manoscritti della Biblioteca e di conseguenza vengono specificamente dirette ad approntare tutti gli strumenti che possano aiutare gli studiosi. Lo Statuto non dimentica, del resto, che gli scriptores «assistono gli studiosi nelle loro ricerche scientifiche», fornendo quindi loro anche un servizio immediato in aggiunta all'aiuto delle loro pubblicazioni.

Se si ripercorrono i secoli di vita della Biblioteca Vaticana, ci si imbatte nei numerosi scriptores che l'hanno arricchita con la loro opera e il loro studio. Li si incontra già nel XVI secolo. Ma anche prima, nella seconda metà del Quattrocento quando la Biblioteca cominciava a svilupparsi, si possono individuare alcuni collaboratori che precorrono gli scriptores, ai quali vengono assegnati incarichi di trascrizione di testi. Il termine scriptor, infatti, richiama immediatamente il lavoro di chi copia un testo, trascrivendolo adeguatamente a utilità di altri. Ma questo titolo, già nel mondo librario antico, specialmente umanistico, viene a indicare non tanto un semplice copista che trascrive un testo e lo confeziona in un libro con l'aiuto di un «librario», quanto piuttosto il segretario, copista di fiducia di un dotto umanista, che sa eseguire correttamente le trascrizioni e approntare le copie con una competenza squisitamente filologica.

È in questo senso che la figura dello scriptor viene ad assumere, in particolare nei secoli di storia della Vaticana, un ruolo sempre più ampio, che comporta anzitutto la cura esteriore dei manoscritti: la loro conservazione e riproduzione e restauro; ma insieme anche la cura testuale, con lo studio filologico degli scritti e le ricerche erudite su di essi. Gli scriptores, inoltre, unendo l'uno e l'altro aspetto, approntavano copie e collazioni testuali, esprimendo anche questa competenza specifica, particolarmente efficace per la preparazione delle edizioni a stampa.

Questo lavoro, con tutte le conoscenze e competenze acquisite, poté ben presto esprimersi in un frutto prezioso: quello della compilazione dei cataloghi. Già a metà Cinquecento lo scriptor Latinus spagnolo Ferdinando Ruano allestì uno splendido catalogo bibliografico dei manoscritti latini del fondo antico.

Il punto di arrivo del percorso allora inaugurato si ebbe all'inizio del Novecento, per impulso del prefetto Franz Ehrle, quando prese avvio la cosiddetta series maior dei cataloghi, compilati secondo un modello di descrizione analitico e ben codificato, e gli scriptores, nelle differenti loro specializzazioni linguistiche (scriptores Latini, Graeci, Hebraici, Orientales), si trovarono precipuamente coinvolti in questa immane impresa, che dopo un secolo ha davanti a sé ancora moltissimo da realizzare. E anche oggi gli scriptores continuano a esprimere il loro servizio agli studiosi preparando i cataloghi della series maior o altri strumenti più agili, talvolta più necessari o semplicemente più praticabili, sempre a utilità di quanti desiderano conoscere e studiare i fondi della Biblioteca.

Negli ultimi decenni, infine, gli scriptores si sono visti affidare incarichi di responsabilità, anche gravosa, nella conduzione della Biblioteca: un fatto che, da un lato, toglie qualche spazio allo studio ma, dall'altro, garantisce rigore, serietà e unità di intenti nell'amministrazione quotidiana; mentre, infatti, spinge a concentrare gli studi di ciascuno negli ambiti ben delimitati della propria specializzazione, permette agli scriptores di acquisire quella visione d'insieme che è estremamente proficua alla conduzione della Biblioteca stessa.

È in questo contesto che la Biblioteca Apostolica Vaticana torna con gioia a ricomporre in forma pressoché completa il corpo degli scriptores, dopo gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso nei quali il loro numero complessivo si era progressivamente ridotto, salvo riprendere negli ultimi anni e ora raggiungere felicemente il suo «normale livello». È noto che non bastano le strutture a far funzionare bene un'istituzione: è fondamentale che ciascuna persona, al suo posto, compia rettamente quanto le compete. Anche per questo mi sento di esprimere gioia e compiacimento per il completamento del corpo degli scriptores.

Ai nuovi scriptores e a quelli di precedente creazione, desidero rivolgere le parole che Paolo VI esprimeva visitando la Biblioteca l'8 giugno 1964 e che sono state richiamate da Benedetto XVI nel messaggio inviato al cardinale Raffaele Farina il 9 novembre 2010 in occasione della riapertura della Biblioteca: «Il Papa apprezza altamente la loro dedizione ed ha speciale stima della loro attività; tale attività è molto stimata per le virtù ascetiche che essa impegna ed esige, perché non si può compiere una tale missione di studio specialmente al livello imposto dalla Biblioteca Vaticana e con una dedizione professionale assoluta, se non si è superata una quantità di ostacoli anche interiori, di desiderio e di aspirazioni a carriere che il mondo moderno fa balenare davanti agli occhi di chi lo contempla. Sua Santità vuol dire ai presenti che essi debbono considerarsi quasi dei monaci, consacrati cioè al pensiero scientifico, alla cultura, e questo qualifica la loro vita dedicata a sì nobile missione».


*(da L'Osservatore Romano, 8 luglio 2011)


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